LA POLITICA INDUSTRIALE
REGIONALE

STRATEGIE E STRUMENTI PER LA CRESCITA DELL’ECONOMIA MARCHIGIANA

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JESI - 15 aprile 1998

1. L’attuale situazione economica e sociale

L’ormai tradizionale convegno sui temi della politica industriale regionale si colloca quest’anno in una fase caratterizzata dal dibattito sulle prospettive imminenti di avvio della moneta unica europea ed in particolare sulle condizioni che l’ammissione all’euro impone all’Italia e agli altri paesi interessati.

Dopo mesi di esami e di incertezze, durante i quali momenti di ottimismo si sono alternati ai timori sulla reale possibilità di rispettare i parametri di Maastricht, l’ingresso in Europa del nostro Paese è ormai cosa fatta, pur nella consapevolezza che la necessità di ridurre progressivamente il rapporto debito/prodotto interno lordo (pil (1) ) imporrà all’Italia una prolungata e pluriennale politica di risanamento finanziario.

Quello che solo pochi mesi fa sembrava un obiettivo irraggiungibile è oggi un risultato acquisito, che certo lascia aperte problematiche di complessa soluzione e ci obbliga alla continuazione del percorso virtuoso già intrapreso, ma che va considerato in termini molto positivi, se si pensa che l’indebitamento netto rispetto al PIL è passato dal 6,7% del 1996 al 2,7% del 1997, al di sotto della soglia del 3% stabilito per l’accesso all’UEM; si aggiunga che le manovre monetarie e fiscali realizzate nel corso degli ultimi due anni da parte del governo Prodi sono riuscite nel difficilissimo tentativo di avviare il risanamento dei nostri conti pubblici senza deprimere l’attività produttiva.

Alle spalle abbiamo un anno, il 1997, da archiviare nel segno della ripresa economica (aumento dell’1,5% del Pil, grazie soprattutto all’incremento delle esportazioni e dei consumi durevoli, crescita del 2,2% della produzione industriale), del consolidamento della disinflazione (2) e della diminuzione dei tassi di interesse.(3) Il reddito disponibile, valutato a prezzi costanti , è cresciuto ad un ritmo simile a quello del pil: ha positivamente influito il rallentamento dei prezzi, mentre in senso contrario ha agito l’inasprimento dell’imposizione fiscale.

Un dato, tra gli altri, appare particolarmente significativo nel testimoniare un rinnovato clima di fiducia nelle prospettive economiche del Paese: la capitalizzazione della borsa italiana ha raggiunto alla fine del 1997 il valore di 593 mila miliardi, aumentando in percentuale del PIL dal 20,6% del 1996 al 30,4%; occorre aver presente che tale risultato è dovuto quasi per intero all’aumento dei corsi, pari al 58,1%, mentre il contributo degli aumenti di capitale e delle nuove quotazioni è stato molto limitato.

Attualmente la variazione di un punto percentuale dei tassi determina nell’arco di un anno una variazione della spesa per interessi dell’ordine di 0,3 punti percentuali di PIL.

 

(1) Tale rapporto è passato dal 124,0% del 1996 al 121,6% del 1997, in seguito all’innalzamento dell’avanzo primario - salito al 6,8% del PIL e pari a 132.900 miliardi - e alla riduzione della spesa per interessi (scesa al 9,5% del PIL e pari a 185.670 miliardi).

 

(2) Dal luglio 1997 la variazione media dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo si è collocata al di sotto della soglia di convergenza stabilita dal trattato di Maastricht.

 

(3) La riduzione di 0,75 punti percentuali del tasso di sconto, decisa il 23 dicembre scorso, ha portato a due punti la diminuzione dei tassi ufficiali nel 1997.

Se è vero, come richiamano giustamente alcuni autorevoli appelli lanciati in queste settimane, che la forza di un mercato azionario non è misurata prevalentemente dalla lievitazione dei corsi e che il listino italiano capitalizza tuttora circa la metà della media delle principali Borse europee, è indubbio che le attuali pressioni sul mercato azionario offrono la possibilità di quotare centinaia e centinaia di PMI, determinando in tal modo l’uscita dall’attuale situazione che si identifica ancora prevalentemente con alcuni grandi gruppi o famiglie imprenditoriali.

 

Anche nelle Marche i principali indicatori economici dimostrano che si è ormai imboccata la strada della ripresa .

L’andamento della produzione industriale nel settore manifatturiero, secondo la "Presintesi" del Centro Studi Unioncamere Regionale, si allinea nel 1997 al trend positivo prevalso per il complesso del Paese, registrando un aumento medio del 2,6% che, disaggregato per singole classi di attività economica, presenta un segno negativo per i soli strumenti musicali e per il tessile-abbigliamento e una crescita marginale per il solo calzaturiero.

Tale andamento trova riscontro anche nel numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel corso del 1997: 2.956.950 rispetto ai 4.163.112 dell’anno precedente.

Lo stesso 1998, secondo l’indagine congiunturale presso un campione di aziende industriali condotta a gennaio dalla Cassa di Risparmio di Foligno in collaborazione con l’ISCO, è iniziato in modo positivo, essendosi consolidato il portafoglio ordini su valori elevati (l’andamento è dichiarato "alto" più "normale" dal 78% del campione) e mantenendo l’attività produttiva livelli molto vivaci (l’83% degli operatori consultati valuta infatti "alto" più "normale" il livello della produzione del mese).

A testimonianza di una evidente vivacità del sistema industriale regionale il 92% delle imprese non registra fenomeni di accumulo delle giacenze di magazzino. Infine le aspettative dei prossimi mesi appaiono favorevolmente orientate sia per gli ordini che per la produzione.

E’ soprattutto sul versante occupazionale che la situazione permane problematica e non sembra destinata a migliorare sensibilmente nel breve periodo. In Italia, secondo la media 1997 delle rilevazioni ISTAT delle forze di lavoro, le persone occupate corrispondono sostanzialmente a quelle dell’anno precedente (20.086.000 rispetto a 20.088.000), mentre le persone in cerca di lavoro crescono ulteriormente (2.805.000 unità) portando il tasso di disoccupazione al 12,2% (4).

Nelle Marche i livelli occupazionali hanno registrato una diminuzione (da 571.000 a 564.000) più accentuata che nel resto del Paese in seguito all’ulteriore

 

  1. Si accentuano le differenziazioni territoriali: alcune regioni (come l’Emilia, il Veneto e la Lombardia) registrano un tasso di disoccupazione intorno al 6% (le Marche sono al 7,4%); altre (come Piemonte, Toscana e Liguria) intorno al 10%; quelle meridionali, ad esclusione dell’Abruzzo, un tasso che oscilla dal 17% di Basilicata e Molise al 25% della Calabria.

 

calo di addetti in agricoltura e - per la prima volta dopo molti anni - alla riduzione dell’occupazione nello stesso settore terziario; inalterata è rimasta l’occupazione nel settore industriale (attestata sulle 221.000 unità, con una percentuale sul totale che supera il 39%).

Con l’aumento di 5.000 persone in cerca di lavoro , per un totale di 45.000 unità, il tasso di disoccupazione sale invece al 7,4%. Lo stesso numero di iscritti alle liste di mobilità , dopo un trend decrescente nella prima metà del 1997, ha registrato un aumento, sia pure lieve, nella seconda parte dell’anno.

Quello che emerge dai dati ISTAT sul mercato del lavoro marchigiano nel 1997 è dunque una situazione di significativo appesantimento, con una continua erosione del tasso di attività ormai di poco superiore alla media italiana e inferiore a quello di varie regioni del Nord-Est-Centro.

La riduzione di addetti nel settore terziario, per quanto prevista nel breve periodo (si veda il capitolo 8, sottoprogramma 3, del Programma Regionale di Sviluppo 2000), in seguito alla peculiarità marchigiana costituita da un peso occupazionale relativamente più elevato del comparto " Commerci e pubblici esercizi" e da una minore incidenza di quello dei " Servizi privati", richiama ancora una volta la necessità di sostenere con politiche specifiche - sia dal lato dell’offerta sia, soprattutto, da quello della domanda - il rafforzamento del terziario privato, in particolare quello per il sistema produttivo.

Peraltro il mantenimento degli attuali livelli occupazionali nel settore industriale, vero motore propulsivo dell’economia marchigiana, appare difficilmente sostenibile in futuro , come dimostrano anche i dati della prima rilevazione ISTAT delle forze di lavoro nel gennaio 1998: gli occupati risultano 214.000, con una diminuzione di 7.000 unità rispetto alla media 1997; tale inversione di tendenza è confermata dalla constatazione che anche rispetto alla rilevazione ISTAT del gennaio 1997 il calo degli occupati nell’industria è quantificabile in ben 12.000 unità.

Dalla rilevazione Istat del gennaio scorso emergono comunque anche segnali positivi in controtendenza rispetto al 1997: il nuovo incremento occupazionale del settore terziario (+ 8 mila unità) – anche se l’aumento non compensa la riduzione registrata dall’industria e dall’agricoltura – e la flessione della disoccupazione, tornata sostanzialmente, con 40 mila persone in cerca di lavoro, ai livelli della media 1997.

 

Per quanto riguarda le prospettive economiche nel breve-medio periodo l’introduzione dell’euro - con la politica monetaria comune, i vincoli ai bilanci pubblici, l’armonizzazione fiscale e il maggiore grado di concorrenza - apre una fase storica ricca di grandi potenzialità, delle quali, tuttavia, non potranno beneficiare tutte le imprese, gli istituti di credito e i sistemi-paese. Venuta meno la valvola del cambio utilizzata come strumento per correggere gli squilibri di produttività – e gli stessi errori di politica economica – le imprese e le economie più deboli che tarderanno a risolvere i loro problemi saranno implacabilmente penalizzate. La prevedibile realizzazione da parte dell’istituto monetario europeo di una politica monetaria rigidamente anti-inflazionistica e quindi molto restrittiva obbligherà le produzioni con un’alta percentuale di export, come quelle marchigiane, ad una crescita dei livelli di competitività, pena la perdità delle posizioni acquisite.

Molto dipenderà dal grado di crescita economica; se i segnali favorevoli presenti per il 1998 troveranno ulteriore conferma, soprattutto grazie al traino esercitato anche in termini di rivalutazione del dollaro dall’economia statunitense – con la quale, pure, la sfida sui mercati internazionali sarà più intensa - , l’avvio dell’unione monetaria europea potrà avvenire in condizioni di relativa fiducia.

Di certo, comunque, già a partire da quest’anno l’economia italiana, in seguito ai possibili effetti della crisi asiatica sul nostro export - non tanto in termini diretti quanto come conseguenza della decelerazione del commercio internazionale - e in seguito all’esaurirsi degli incentivi all’industria automobilistica, dovrà trovare in altre componenti della domanda la spinta per proseguire sulla strada della ripresa.

 

 

2. Il decentramento amministrativo previsto dalla normativa Bassanini

 

Se il contesto economico-finanziario dettato dall’avvio della moneta unica europea incide fortemente sulle prospettive del nostro Paese e sulle stesse performances produttive della nostra regione, il contesto istituzionale prefigurato dalla normativa Bassanini è destinato ad influenzare altrettanto profondamente le condizioni di operatività del nostro sistema economico. Prospettive ampie ed innovative si aprono, per l’intervento regionale sul versante della politica industriale e, più in generale, delle attività economiche, in relazione alla recente approvazione, da parte del Governo, del decreto legislativo che completa il decentramento amministrativo a Costituzione invariata.

Tale decreto prevede, infatti, accanto a semplificazioni e liberalizzazioni, consistenti trasferimenti di funzioni e compiti alle Regioni e agli enti locali e riconduce allo Stato esclusivamente la rappresentanza unitaria nelle sedi internazionali, il coordinamento dei rapporti con l’Unione Europea, il potere di indirizzo e coordinamento, quello sostitutivo in caso di accertata inattività, da parte degli enti locali, che comporti inadempimento degli obblighi comunitari o pericolo di grave pregiudizio degli interessi nazionali.

Per ciò che concerne l’industria, in particolare, il decreto ridefinisce le funzioni comprese nella materia. Alle attività imprenditoriali dirette alla lavorazione e alla trasformazione di materie prime, alla produzione e allo scambio di semilavorati, di merci e di beni anche immateriali, si affiancano le attività di erogazione e di scambio di servizi a sostegno delle stesse, con esclusione di quelle creditizie, di intermediazione finanziaria o concernenti le società fiduciarie e di revisione, di assicurazione.

Alle Regioni, poi, sono delegate tutte le funzioni amministrative in materia di industria non riservate allo Stato e non attribuite alle Province e alle Camere di commercio; alla responsabilità delle stesse Regioni è demandata la concessione di agevolazioni e benefici di qualunque genere all’industria, compresi, tra l’altro, quelli per le piccole e medie imprese, per le aree inserite nei programmi comunitari, per il sostegno allo sviluppo della commercializzazione e dell’internazionalizzazione delle imprese.

La concessione degli incentivi rimane, però, allo Stato se si tratta di attività di ricerca, di attività o interventi di rilevanza strategica o valutabili solo su scala nazionale per i caratteri specifici del settore o per l’esigenza di assicurare un’adeguata concorrenzialità tra gli operatori.

Le Regioni dovranno provvedere alle incentivazioni ad esse conferite con legge regionale.

Sono naturalmente soppresse le forme di concertazione e le intese con il Ministero dell’industria stabilite in relazione a funzioni conferite alle Regioni.

Ulteriore novità positiva introdotta dal decreto è quella relativa alla previsione di un unico fondo regionale, amministrato secondo le norme stabilite da ciascuna Regione, e nel quale confluiscono le risorse relative alle materie delegate.

Al potenziamento del ruolo della Regione si affianca quello degli enti locali, in primo luogo dei Comuni. Ad essi sono, infatti, attribuite le funzioni concernenti l’apertura di impianti produttivi, che potranno essere esercitate singolarmente o in forma associata, assicurando che un’unica struttura sia responsabile dell’intero procedimento. Presso tale struttura dovrà, anzi, essere istituito uno sportello unico, al fine di garantire agli interessati l’accesso, anche in via telematica, all’archivio informatico. Dove sono stipulati patti territoriali o contratti d’area la gestione dello sportello potrà essere attribuita al soggetto responsabile del patto o contratto.

Sarà, poi, la Regione a provvedere, nella propria autonomia organizzativa e finanziaria, anche attraverso le Province, al coordinamento e al miglioramento dei servizi e dell’assistenza alle imprese, che consiste, in particolare, nella raccolta e diffusione delle informazioni concernenti l’insediamento e lo svolgimento delle attività produttive nel territorio regionale e di quelle relative agli strumenti di agevolazione contributiva e fiscale a favore dell’occupazione dei lavoratori dipendenti e del lavoro autonomo.

Sempre alle Regioni è demandato il compito di disciplinare con legge le aree industriali e le aree ecologicamente attrezzate, dotate delle infrastrutture e dei sistemi necessari a garantire la tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente, nonché le forme di gestione unitarie delle stesse da parte di soggetti pubblici e privati.

Rilevanti sono, inoltre, le nuove competenze assegnate alle Regioni rispetto all’artigianato. Ad esse sono demandate tutte le funzioni amministrative statali concernenti la materia, che comprende quelle relative all’erogazione di agevolazioni e benefici di qualunque genere alle imprese artigiane, con particolare riguardo alle imprese artistiche.

Restano, invece, allo Stato le funzioni concernenti la tutela delle produzioni ceramiche, con specifico riferimento a quella artistica e di qualità, nonché gli eventuali coofinanziamenti, nell’interesse nazionale, di programmi regionali di sviluppo e sostegno dell’artigianato, secondo criteri e modalità definiti con decreto del Ministro dell’industria, d’intesa con la Conferenza unificata.

Alle Regioni è, altresì, attribuito un potere di controllo sugli organi camerali, con specifico riguardo ai casi di mancato funzionamento o costituzione. E’ garantita anche la presenza di un rappresentante delle stesse nel collegio dei revisori.

Le Camere di commercio, d’altra parte, assorbono le funzioni degli uffici provinciali del Ministero dell’industria e degli uffici metrici provinciali, che vengono soppressi. Presso le Camere di commercio dovrà essere individuato un responsabile delle attività finalizzate alla tutela del consumatore e della fede pubblica.

Uno spazio significativo all’intervento regionale è individuato anche in materia di energia. Sono, in particolare, delegate alle Regioni le relative funzioni amministrative, comprese quelle concernenti le fonti rinnovabili, l’elettricità, l’energia nucleare, il petrolio e il gas.

Sono escluse, però, le funzioni riservate allo Stato o attribuite agli enti locali. A questi ultimi vanno quelle relative al controllo sul risparmio energetico e all’uso razionale dell’energia, oltre alle altre funzioni previste dalla legislazione regionale. Alle Province spettano in ogni caso, nell’ambito delle linee di indirizzo e coordinamento contenute nei piani energetici regionali, la redazione e l’adozione dei programmi di intervento per la promozione delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico, l’autorizzazione all’installazione e all’esercizio degli impianti di produzione di energia e il controllo sul rendimento energetico degli impianti termici.

Alle Regioni è, comunque, assegnato il coordinamento di alcuni compiti attribuiti agli enti locali e l’assistenza agli stessi per le attività di informazione al pubblico e di formazione degli operatori pubblici e privati nel campo della progettazione, installazione, esercizio e controllo degli impianti termici.

Il complessivo ruolo della Regione riguardo allo sviluppo economico e alle attività produttive risulta, peraltro, notevolmente accresciuto in relazione al fatto che i trasferimenti e le deleghe comprendono le funzioni relative all’organizzazione e alla partecipazione a fiere, mostre ed esposizioni organizzate al di fuori dei confini nazionali per favorire l’incremento delle esportazioni e dei prodotti locali, anche con la stampa e la distribuzione di pubblicazioni per la propaganda, la promozione e il sostegno alla costituzione di consorzi tra piccole e medie imprese industriali, commerciali ed artigianali, nonché la promozione e il sostegno finanziario, tecnico ed organizzativo di iniziative di investimento e di cooperazione commerciale e industriale da parte delle imprese italiane, come pure le funzioni relative alla predisposizione e attuazione di ogni altra iniziativa idonea a favorire tali obbiettivi.

In questo ambito è data alle Regioni la facoltà di avvalersi dell’ Ice e delle Camere di commercio.

Sono, altresì, comprese nelle funzioni trasferite o delegate quelle concernenti ogni tipo di intervento per agevolare l’accesso al credito, nei limiti massimi stabiliti in base a legge dello Stato, nonché la disciplina dei rapporti con gli istituti di credito, la determinazione dei criteri dell’ammissibilità al credito agevolato e i controlli sulla sua effettiva destinazione.

Il nuovo quadro non è, però, completamente delineato.

In primo luogo è demandata, infatti, a successivi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri l’individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative da trasferire a Regioni ed enti locali. La data dei trasferimenti dovrà essere tale da assicurare l’effettivo esercizio delle funzioni e dei compiti conferiti dal primo gennaio 1999.

In secondo luogo ciascuna Regione dovrà determinare, entro sei mesi dall’emanazione del decreto legislativo, le funzioni amministrative che richiedono l’unitario esercizio a livello regionale e provvedere contestualmente a conferire tutte le altre agli enti locali. Sarà, inoltre, tenuta ad attuare il trasferimento delle funzioni nei confronti della generalità dei Comuni e, al fine di favorire l’esercizio associato delle stesse da parte di quelli di minore dimensione, dovrà individuare livelli ottimali di esercizio. Per consentire la collaborazione e l’azione coordinata con gli enti locali dovrà, poi, prevedere strumenti e procedure di raccordo e concertazione, anche permanenti, che diano luogo a forme di cooperazione strutturali e funzionali.

Nel settore dell’industria, come negli altri settori coinvolti dal processo di decentramento è, così, avviata per le Regioni una fase delicatissima, di intenso impegno, nella quale si richiede ad esse autorevolezza, certezza e rapidità operativa, nonché razionalità organizzativa. Alle Regioni spetta, insomma, raccogliere, pur nelle innegabili difficoltà, tutte le potenzialità offerte dal nuovo assetto delle competenze e compiere, in raccordo con gli enti locali, ogni sforzo per essere all’altezza delle aspettative e per concorrere ad assicurare un effettivo sviluppo delle corrispondenti comunità.

 

 

3. Gli interventi realizzati o avviati

 

A meno di una anno dall’ultimo Convegno di Portonovo l’agenda degli interventi definita in quell’occasione per il sostegno della struttura produttiva regionale ha trovato puntuale applicazione.

 

 

A) Innanzitutto è stata approvata la nuova legge in materia di artigianato (n° 33/97) con i relativi quadri attuativi per gli anni 1997 e 1998.

Restando soltanto alle questioni più rilevanti, è stato attribuito alle cooperative artigiane di garanzia un ruolo di maggiore autonomia e protagonismo nella gestione delle risorse regionali finalizzate alla riduzione dei tassi di interesse sui finanziamenti concessi agli artigiani e da loro stesse garantiti; scelta per di più coerentemente accompagnata dalla messa a disposizione, così come più volte sollecitato dalle associazioni di categoria, di risorse notevolmente superiori al passato.

Importante è anche la scelta, effettuata con l’art.17, di incentivare l’innovazione tecnologica e il rinnovamento dei macchinari e degli impianti produttivi sostenendo pressoché esclusivamente i progetti di investimento delle imprese artigiane che risultano strategici per le prospettive aziendali.

In quanto all’art.11 - che mette a disposizione contributi per l’apprestamento di aree artigianali e per l’acquisto e/o ristrutturazione di fabbricati per imprese artigiane - gli effetti concreti determinati in termini di investimenti incentivati e di nuovi posti di lavoro creati dopo il primo anno di applicazione costituiscono un significativo indirizzo da incentivare.

 

 

B) Anche la legge regionale n° 66/97 "Interventi per lo sviluppo della qualità nelle piccole e medie imprese" ha profondamente innovato la normativa precedente.

Per favorire l’introduzione dei sistemi di qualità aziendale contribuendo a rendere più competitiva la struttura produttiva la legge perfeziona, alla luce dell’esperienza acquisita con le due analoghe leggi regionali che l’hanno preceduta, le modalità di intervento.

In particolare, per ridurre il divario tra le somme impegnate a bilancio e le somme effettivamente erogate (con la precedente legge 26/92 e successiva 41/95 dei 12,2 miliardi globalmente impegnati a bilancio solo una quota molto modesta è stata erogata fino ad oggi in seguito alla rinuncia di molte aziende ammesse ai benefici) si è stabilito di concedere contributi per spese già sostenute al momento della presentazione della domanda.

Con l’applicazione della legge regionale sui sistemi di qualità aziendale la Regione punta alla incentivazione-premiazione, nel triennio della sua vigenza, di almeno 150 piccole e medie imprese marchigiane.

 

 

C) Nel corso di quest’ultimo anno le misure di intervento finanziate con risorse comunitarie - facenti capo ai Docup Ob. 2 e Ob. 5B e al programma Retex - hanno permesso di stanziare e in gran parte impegnare circa 25 miliardi.

Si tratta di azioni che rispettivamente integrano gli incentivi agli investimenti delle imprese artigiane, assegnano contributi a PMI ed imprese artigiane per progetti di riduzione dell’impatto ambientale e di miglioramento della sicurezza nel lavoro, sostengono l’attività di incubazione dei BIC, finanziano nella misura del 50% le spese aziendali sostenute per il ricorso a servizi avanzati (tra cui, oltre alla certificazione di qualità, l’acquisizione di brevetti, l’acquisto di servizi CAE, CAD, CAM e CIM, l’ecogestione e l’audit, l’eco.label,ecc.), realizzano programmi di animazione economica, facilitano il ricorso a consulenze.

E’ nell’ambito di queste misure, in gran parte finanziate con risorse comunitarie, che trova applicazione la stessa legge 488, approvata nel 1992 ma diventata applicativa soltanto negli ultimi tre anni.

Uno dei meriti riconosciuti a questa legge è proprio quello di aver consentito un forte tiraggio delle risorse comunitarie, nel senso che i fondi europei disponibili al riguardo sono stati assorbiti nella loro interezza (si veda l’allegato 4).

 

 

D) La decisione di chiudere l’esperienza della Finanziaria Regionale Marche è ormai nella fase conclusiva: il liquidatore ha svolto con cura il proprio compito, ha provveduto all’amministrazione ordinaria e alla gestione delle tante "code" amministrative, ha completato la valutazione dell’attivo e del passivo della Società e nelle prossime settimane sarà in grado di procedere agli atti conclusivi. Il lavoro in tal senso svolto dall’IMI, che viene allegato alla presente documentazione, costituisce una base preziosa non solo per la precisazione della sostanza economica e finanziaria dei singoli Centri Servizi partecipati finora dalla FRM ma come indicatore dell’utilità della loro attività svolta.

 

4. La strategia di intervento della Regione per il sostegno della struttura produttiva: il percorso da fare

 

La struttura produttiva regionale ha costituito il principale fattore propulsivo dello sviluppo economico delle Marche, contribuendo in modo determinante ad elevare i livelli di reddito e di occupazione.

L’utilizzo di volta in volta del fattore vincente a seconda del contesto competitivo in cui operano - la maggiore flessibilità rispetto alle economie più mature ed avanzate, la superiorità qualitativa e tecnologica rispetto alla concorrenza delle economie emergenti a bassi salari - ha permesso a gran parte di piccole e medie imprese marchigiane di affermarsi sia sul mercato domestico che su quello internazionale.

Con oltre 15 occupati ogni 100 abitanti il settore industriale marchigiano si è confermato anche nella seconda metà degli anni ’90 come uno dei più dinamici del Paese, dimostrando grande vitalità, apertura alle esigenze ed innovazione tecnologica, propensione alla diversificazione produttiva e capacità di adattarsi alle sfide del mercato globale.

In particolare lo sviluppo dei sistemi locali di piccole e medie imprese, con l’assunzione del modello organizzativo dei distretti industriali, ha permesso di conseguire una serie di vantaggi competitivi che hanno assicurato alle produzioni marchigiane notevoli successi economici.

Si aggiunga che il grado di orientamento all’innovazione - inteso come propensione a introdurre nuovi prodotti, tecnologie e procedure - sembra essersi maggiormente rafforzato negli ultimi anni nel tessuto marchigiano di piccole e medie imprese, consentendo di ottenere risultati soddisfacenti sul piano della competitività.

Lo stesso processo di internazionalizzazione delle imprese marchigiane ha registrato una significativa accelerazione negli ultimi tempi non solo dal punto di vista dell’aumento dell’export ma anche attraverso progetti di livello più evoluto che coinvolgono aspetti produttivi e finanziari.

La capacità delle piccole e medie imprese marchigiane di consolidarsi e di mantenere anche nel futuro le loro notevoli performances viene comunque ormai messa a dura prova. La domanda cruciale che in tutte le realtà locali dei distretti industriali, non solo marchigiani, ci si sta ponendo è se tali organizzazioni socio-economiche abbiano l’ulteriore capacità di adattarsi con successo e di mantenere il loro dinamico percorso di crescita; e ancora se nel processo di adattamento seguiranno un sentiero di crescita elevato, cercando di competere sulla base dell’innovazione, della produttività, del costante miglioramento e delle buone condizioni di lavoro, oppure si concentreranno sulla riduzione dei costi, impegnandosi in una concorrenza spietata e di qualità non elevata.

Consapevole di questa prospettiva la Regione Marche intende perseguire, partendo dai fattori di criticità del modello produttivo ormai noti e dettagliatamente descritti nel Programma Regionale di Sviluppo 2000, i seguenti principali obiettivi:

 

 

  • l’intensificazione del processo di diffusione delle innovazioni tecnologiche, organizzative e gestionali in rapporto alle differenti potenzialità proprie dei settori produttivi e delle aree territoriali (distretti) prevalenti nella regione ; si tratta di favorire tra le PMI regionali e le imprese artigiane l’introduzione di innovazioni concernenti l’aumento del grado di automazione, l’utilizzo di nuovi macchinari e di impianti sulla base di interazioni con il fornitore (innovazione "firm-specific"), la diffusione di sistemi cad-cam, il miglioramento della qualità del prodotto anche ricorrendo alla relativa certificazione, la diversificazione produttiva, una più elevata informatizzazione dei fatti gestionali e delle procedure organizzative.

A questo fine occorre aver riguardo al fatto che lo sviluppo delle capacità innovative avviene non tanto a livello di singole imprese ma intensificando le relazioni e gli accordi di collaborazione tra i soggetti locali, pubblici e privati, nonché aprendo verso l’esterno i sistemi produttivi territoriali e rendendoli capaci di intercettare i flussi di informazioni tecnologiche provenienti da altri sistemi.

 

  • lo sviluppo di un maggiore orientamento al marketing e della capacità di collegarsi a nuovi mercati interni ed internazionali.

E’ noto che la funzione di commercializzazione, intesa come insieme di interventi che permettono il passaggio di un prodotto o di un servizio dall’impresa al consumatore-utilizzatore, non ha mai costituito un punto di forza della realtà economico-produttiva marchigiana ; l’approccio al mercato, secondo le logiche del marketing di larga scala, è diventato quindi un imperativo categorico per le imprese regionali, che in questo senso vanno stimolate secondo progetti comuni di promozione e di penetrazione commerciale.

In particolare, in tempi di globalizzazione ormai pienamente affermata, con il continuo ampliamento della dimensione dei mercati e le crescenti pressioni concorrenziali sia da parte dei Paesi di nuova industrializzazione dell’ Est-asiatico che delle produzioni realizzate nei paesi dell’ Est-europeo, il commercio internazionale rappresenta una forza propulsiva indispensabile alla crescita dei sistemi locali di PMI imprese.

  • il sostegno all’internazionalizzazione dei sistemi produttivi locali, stimolando la formazione di progetti in grado di ricomporre la catena del valore aggiunto distribuita su un ambito territoriale più ampio.

Si tratta di aggiungere al normale sostegno ai servizi di promozione e commercializzazione delle produzioni regionali dirette sui mercati esteri - traducibile in aiuto organizzativo, logistico, finanziario ad imprese impegnate in partecipazioni ad iniziative internazionali, prevalentemente fieristiche - il sostegno ad una presenza sui mercati esteri basata non solo sulla vendita dei prodotti ma su un diverso coinvolgimento di natura produttiva, commerciale, finanziaria, terziaria, quale è caratteristica della cosiddetta internazionalizzazione evoluta.

  • lo sviluppo del mercato dei capitali di rischio, del credito e dei finanziamenti per stimolare l’iniziativa economica e la qualificazione della struttura produttiva regionale.

Le difficoltà di accesso al credito, in particolare le scarsa possibilità di reperire capitali nel medio-lungo termine, si pone come un problema di competitività per gran parte delle imprese marchigiane, specie quelle minori.

La Regione intende utilizzare i due strumenti di intervento di cui dispone , Marche Capital e soprattutto la Società Regionale di Garanzia, per facilitare, anche tramite forme innovative, l’afflusso di mezzi finanziari al sistema produttivo e per assistere le imprese in tutte le operazioni di ricorso ai finanziamenti e al mercato dei capitali.

  • Il riequilibrio del sistema energetico regionale mediante la riduzione del disavanzo tra produzione e consumo di energia elettrica ;
  • La riduzione dell’impatto ambientale e il miglioramento della sicurezza sul lavoro nel tessuto produttivo regionale. Le opportunità offerte a questo scopo dai più importanti programmi comunitari ( in particolare le misure specifiche previste dagli Obiettivi 2 e 5b e dal P.I.C. Retex) saranno finalizzate all’introduzione da parte delle imprese di tecnologie che consentano di:
  • prevenire o ridurre l’inquinamento atmosferico, idrico ed acustici ;
  • diminuire la quantità e la pericolosità dei rifiuti prodotti ;
  • recuperare e riutilizzare i residui di lavorazione a fini produttivi e/o energetici ;
  • migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

 

 

5. La revisione degli strumenti regionali di intervento

 

Molto spesso nel dibattito economico e politico regionale c’è stato un eccesso di attenzione sul versante della politica dei servizi alle imprese gestita tramite Centri partecipati. In effetti l’impegno finanziario non ha superato negli ultimi anni i 3,5 miliardi per esercizio.

Anche sul piano nazionale si è sviluppata un’analisi critica sugli strumenti creati negli anni ’70 e ’80 sul versante della politica dei centri regionali (con le Finanziarie di sviluppo, i centri servizi settoriali e le società di partecipazione al rischio).

Ciò essenzialmente in base a due elementi:

- il primo di novità legislativa con le Leggi 127/97, 59/97 e il relativo dlgs attuativo con le quali si è superato il limite imposto alle Regioni in materia di PMI tanto che è ormai possibile (come già ricordato al paragrafo 2) un intervento diretto in settori prima preclusi parzialmente o totalmente come la promozione economica estera, l’energia, la partecipazione diretta ad iniziative economiche di sviluppo;

- il secondo riguardante il merito e l’efficacia delle azioni proposte.

 

Nelle Marche questa riflessione, che ha riguardato il senso complessivo di un intervento durato circa 20 anni ed impegnato più di 100 miliardi, ha prodotto conclusioni anche drastiche come la liquidazione della Finanziaria Regionale Marche e la consistente riduzione dei soggetti beneficiari dei contributi pubblici regionali.

 

Le questioni più rilevanti in sintesi riguardano oggi:

  1. la liquidazione della Finanziaria Regionale Marche, la costituzione della SVIM, la qualificazione dei Centri Servizi e la nuova assunzione da parte della Regione della loro valutazione, coordinamento e finanziamento;
  2. il potenziamento degli interventi volti a sostenere l’internazionalizzazione dell’economia marchigiana;
  3. la promozione di un sistema che favorisca l’incontro tra domanda e offerta di innovazione tecnologica;
  4. l’aggiornamento delle politiche territoriali, tramite i distretti industriali, i patti territoriali, le deleghe alle Provincie e ai Comuni;
  5. la definizione del Piano regionale per l’artigianato.

 

 

5.1 La liquidazione della Finanziaria Regionale Marche, la costituzione della SVIM, la qualificazione dei Centri Servizi e la nuova assunzione da parte della Regione della loro valutazione, coordinamento e finanziamento

 

La liquidazione della F.R.M. ha redistribuito le funzioni che erano state assegnate alla Società Regionale di Garanzia Marche per la parte concernente i servizi finanziari e riconsegnato direttamente alla Regione la valutazione e il finanziamento dei Centri Servizi, nonché l’attività ricompresa sotto il titolo "Internazionalizzazione".

Il primo problema oggi da affrontare è quelli del destino delle partecipazioni della Società.

La proposta che può essere formulata per sistemare le partecipazioni della FRM e per qualificare ulteriormente l’intervento regionale è quella di mantenere, secondo quanto indicato da un preciso o.d.g. del Consiglio Regionale, la partecipazione maggioritaria nella società Interporto, di acquisire le quote private detenute dalle banche (che hanno fatto in proposito una esplicita offerta insieme all’impegno di un intervento finanziario equivalente nella SRGM).

Per quanto riguarda le partecipazioni superstiti esse potranno essere detenute dalla nuova società regionale di sviluppo SVIM (la cui proposta allegata anticipa una formulazione sulla quale è aperta la fase della concertazione) da una posizione equiordinata in quanto l’attività dei centri ed il loro finanziamento è stato con la legge "finanziaria" regionale ’98 trasferita direttamente alla Regione.

Da questo punto di vista lo scenario futuro presenta due possibili evoluzioni :

 

  1. relativamente alla partecipazione al capitale sociale o la Regione rinuncia alla partecipazione diretta - e si tratta di stabilire in quali tempi (se immediatamente o nell’arco di tre anni) - oppure mantiene le attuali partecipazioni anche per presidiare i consistenti investimenti pubblici effettuati e garantire la distribuzione non riservata dei servizi;
  2. relativamente al finanziamento si modifica immediatamente il meccanismo di contribuzione forfettaria dei Centri finora utilizzato riducendolo di un terzo annuo nel prossimo triennio a partire dal 1999, essendo in scadenza quest’anno la L.46/96, e mettendo a disposizione le risorse "liberate" per specifici progetti ed interventi finalizzati dei centri attuali o di altri soggetti.

 

Questo non significa necessariamente ridurre le risorse disponibili dei Centri ma piuttosto subordinarne la concessione alla loro capacità progettuale in un ambito caratterizzato da maggiore elementi di concorrenzialità.

Già con la delibera attuativa della L.R. 46/96 si sono fissati criteri più precisi di programmazione e di rendicontazione delle attività volte a selezionare gli interventi futuri; nelle prossime settimane, al tavolo della concertazione, verrà presentata la proposta di riparto dei fondi per l’anno corrente che costituirà anche l’occasione per una disamina dettagliata sui singoli Centri.

E’ comunque importante anticipare alcune precisazioni sulle loro prospettive.

 

a) Si riafferma la necessità già avanzata da alcuni anni di prevedere che il "sistema moda" un unico Centro, unendo le due strutture finora impegnate separatamente come la SCAM e il CTA e ciò per evidenti ragioni di complementarietà tecnica, economica e distributiva sul territorio regionale.

 

b) La piena operatività della Società Regionale di Garanzia, ormai effettivamente acquisita, è stata condizionata da una serie di adempimenti e di fattori legati soprattutto alla previsione di utilizzo di risorse comunitarie.

 

Occorre tener presente che la Società, prevista dai Docup Ob2 e Ob5b, è stata costituita originariamente per garantire, attraverso due fondi specifici, finanziamenti a medio termine di progetti di investimento di tipo materiale da parte delle PMI Industriali e Artigiane di produzione e di servizi direttamente connessi alla produzione.

Successivamente è stata dotata, in base al PIC PMI, di un ulteriore fondo di garanzia, per investimenti di tipo immateriale sempre limitatamente ai territori di cui agli Obiettivi 2 e 5b.

La gestione di questi fondi è stata subordinata alla sottoscrizione di apposite convenzioni, sottoposte all’approvazione degli organi comunitari, dopo varie modificazioni ed integrazioni.

Per estendere tali interventi al restante territorio regionale è stata approvata la Legge Regionale n.43/95; il relativo programma annuale di intervento è stato predisposto ed ha ottenuto il parere favorevole della terza Commissione Consiliare; entro il corrente mese verrà approvata dalla Giunta regionale la relativa delibera e lo schema di convenzione che, dopo la stipula, permetterà l’esecutività di questo ulteriore intervento.

Dopo una prima modifica dello Statuto Sociale, in data 21/11/96, la Società ha approvato il 07/11/97 un’ulteriore modifica statutaria per ampliare il proprio campo di intervento, anche a seguito della messa in liquidazione della FRM, soprattutto per gestire i contributi, pari a 1.700 milioni annui, previsti dalla Legge Regionale n.1/94.

Attraverso le fasi e i passaggi sopra elencati la Società Regionale di Garanzia si è messa in condizione di gestire una serie organica ed integrata di servizi finanziari, secondo le tipologie indicate nel prospetto seguente.

 

 

Tipologie di intervento che fanno capo alla S.R.G.:

(LIRE)

Tipologia di

Spesa

Contributi

Privati

intervento

complessiva

pubblici

OB.2 1997/99

8.697.600.000

5.220.480.000

3.477.120.000

AZIONE 1.3

(60%)

(40%)

OB. 5B 1994/99

6.129.722.000

3.677.834.000

2.451.888.000

MISURA 2.1.3

(60%)

(40%)

PIC PMI 97/99

11.520.000.000

5.760.000.000

5.760.000.000

(50%)

(50%)

L.R. 43/95 (96/98)

9.000.000.000

9.000.000.000

TOTALE

35.347.322.000

23.658.314.000

11.689.008.000

 

 

Si segnala come urgente, con il superamento della fase di start-up, un irrobustimento della struttura tecnico-organizzativa della società, con la permanente verifica delle condizioni di concorrenzialità dei prezzi dei servizi offerti sul mercato.

 

c) Marche Capital, la cui attività viene valutata problematicamente da significativi attori economici e sociali regionali, ha operato in un regime di sostanziale separatezza dal circuito regionale dei centri partecipati e ciò in presenza di una presidenza espressione della quota pubblica (tramite FRM) e della costituzione di un fondo integralmente pubblico di 7,5 miliardi per il venture capital e di circa 800 milioni per il seed capital.

La valutazione di mantenere in futuro la partecipazione nella Società non riguarda tanto la necessità/opportunità di partecipare direttamente o meno ai processi di capitalizzazione delle imprese con un potenziale innovativo, quanto il più puntuale perseguimento della missione originaria rivolta al sostegno delle PMI che "disponendo di potenzialità di crescita, fissano i propri limiti nella carenza di risorse finanziarie". In sostanza i soggetti beneficiari e i settori d’intervento non possono essere orientati soltanto da una logica speculativa di mercato ma anche dal confronto con le priorità derivanti dalla concertazione sulla politica industriale regionale.

 

d) Occorre dire che le tre strutture dei BIC, per la loro intrinseca ragione di essere, non riescono a trovare un equilibrio tra i costi ed i ricavi e che per ridurre i costi si mantengono fragili e despecializzate.

Nelle varie fasi hanno tutte avuto momenti positivi di riconoscimento economico e sociale (prima Senigallia, poi Tolentino e nell’ultimo periodo Ascoli Piceno), ma rimane un problema di fondo di "massa critica" e di risorse finanziarie scarse.

Il progetto di unificazione dei tre BIC approvato dalla Giunta prevede la riduzione da tre ad uno dei direttori, dei C.D.A., dei Collegi sindacali, per ovvi motivi di economicità ma soprattutto per utilizzare al meglio ed in rete le ridotte risorse finanziarie e tecniche e realizzare la necessaria massa critica di attività.

Ciò non contraddice peraltro l’esigenza di un forte ancoraggio locale, che deve anzi permanere come la principale giustificazione di questi strumenti di sostegno allo sviluppo economico, che può essere garantito dai vecchi organismi o da appositi Comitati di animazione locale dei quali facciano parte Enti pubblici ed Associazioni di categoria e singoli imprenditori.

Per quanto concerne la partecipazione regionale anche questa potrà seguire il percorso delineato dopo avere valutato al punto a), per il BIC di Senigallia di agevolare la possibilità di accensione di un mutuo ipotecario che però sia inserito nel processo di regionalizzazione previsto.

 

e) Per il Parco Scientifico-Tecnologico Tecnomarche occorre insistere perché si accentui in futuro la funzione di promozione dell’incontro tra domanda e offerta di innovazione tecnologica e di relazione di rete con Università, Centri Servizi pubblici e privati, piuttosto che la costituzione di un nuovo Centro Servizi Generale.

Non sembrano infatti esserci le condizioni di domanda tali da giustificare questa possibilità né le risorse finanziarie per attrezzare un Centro che non sia specializzato settorialmente.

 

 

Il prospetto seguente schematizza graficamente le strategie di intervento della Regione per il sostegno della struttura produttiva.

 

5.2 Il processo di internazionalizzazione delle imprese marchigiane. Gli strumenti di sostegno da parte della Regione Marche

5.2.1 Il grado di internazionalizzazione nelle PMI marchigiane

 

 

 

La commercializzazione della produzione sui mercati esteri rappresenta un obiettivo e in molti casi una realtà già affermata per molte imprese marchigiane. Il tessuto industriale che caratterizza la regione, dominato da piccole e medie imprese, ha infatti spesso interpretato la flessibilità e la capacità di innovazione come dei fattori dinamici anche per le esportazioni. In particolare, ciò ha consentito l’adeguamento dei prodotti alle esigenze dei singoli sbocchi commerciali e alla valorizzazione di "eccellenze" a livello internazionale.

Sebbene negli ultimi anni, grazie alla crescente integrazione comunitaria o alla caduta dei blocchi sia in senso politico che commerciale, lo slancio verso i Paesi dell’Unione Europea o dell’Europa centro-orientale si sia fortemente incrementato, per molte realtà produttive regionali, infatti, l’esportazione non è una scelta strategica recente. Specie per alcune produzioni o fasce di mercato si è consolidata da decenni una tradizione di contatto con i mercati stranieri.

L’innato spirito imprenditoriale degli operatori marchigiani ha trovato naturale la ricerca di un rapporto diretto con i canali commerciali esteri, in particolare attraverso la partecipazione a fiere e mostre o agenti commerciali locali; in molti casi si sono avviati degli investimenti diretti all’estero, specie in Paesi in cui il basso costo del lavoro rendeva interessante la de-localizzazione di alcune fasi produttive a minore valore aggiunto; in altri casi, peraltro, sono anche stati gruppi industriali stranieri ad interessarsi a realtà produttive marchigiane.

In quest’ottica le strutture pubbliche ricoprono un ruolo consistente, ma che va attentamente valutato e inserito in un quadro aderente alle attuali esigenze e ai vincoli di efficacia ottimale, specie in relazione alla accresciuta competizione internazionale (sia all’interno dell’Unione Europea che nella prospettiva dell’ingresso sul mercato di nuovi Paesi operanti nella fascia produttiva medio - bassa).

Al fine di conoscere al meglio le dimensioni e gli aspetti qualitativi della dinamica in atto, e di poter così interpretare le esigenze - sia per gli operatori privati che per la pubblica amministrazione - del mutamento nei processi di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, la Regione Marche ha commissionato una approfondita indagine ad una società di studi del settore economico - industriale.

I risultati della ricerca, che consentono di ottenere un quadro completo e molto aggiornato della situazione, saranno presentati entro il prossimo mese di giugno, nel corso di un’iniziativa specifica organizzata dalla Regione.

Nell’allegato viene riportata una sintesi del rapporto recentemente consegnato al committente; qui ci interessa delineare i fattori che ostacolano il processo di internazionalizzazione delle imprese marchigiane e gli strumenti che la Regione intende mettere in campo.

 

5.2.2 Gli ostacoli alla internazionalizzazione

 

Ogni analisi della domanda ed offerta di servizi di supporto alla internazionalizzazione va riferita soprattutto alla dimensione dell’impresa: esiste infatti un sensibile divario fra le esigenze della piccola azienda rispetto alla grande.

La struttura organizzativa dell’impresa è il fattore interno determinante, prima ancora della stessa disponibilità di risorse finanziarie, acquisite con l’autofinanziamento o con vincolo di credito. Nella realtà operativa, il ruolo decisivo fa riferimento alla posizione delle persone chiave che operano prevalentemente nella gestione dei mercati esteri.

Sia la ricerca commissionata dalla Regione Marche, che altri recenti lavori sul processo di internazionalizzazione delle imprese marchigiane svolti dall’Istao o dal Dipartimento di Economia dell’Università di Ancona, hanno messo in luce i seguenti vincoli:

  • asimmetria nei livelli di informazione sulle opportunità e i canali di penetrazione negli specifici mercati esteri disponibili o acquisibili da parte delle imprese piccole o "deboli" rispetto alle grandi o "forti";
  • esigua formazione di base e non sistematicità dei corsi di aggiornamento nell’area del marketing internazionale, sia operativo che, soprattutto, strategico;
  • insoddisfacente diffusione di strutture consortili o di accordi di cooperazione fra imprese locali per la gestione di sistemi informativi su specifici mercati, di fiere o iniziative promozionali, di accesso a servizi di supporto, di acquisizione di commesse di grandi clienti stranieri.

 

Il deficit di informazione sui mercati esteri costituisce senz’altro il principale ostacolo per le imprese locali; e queste sono infatti tradizionalmente meno raggiungibili dalle associazioni imprenditoriali, dalle Camere di Commercio e dalle sedi decentrate dell’ICE. In questa direzione andrebbero fornite informazioni sulle specifiche opportunità dei mercati, sugli interlocutori da contattare, sulle prime esigenze di interpretariato, traduzione tecnica e redazione di cataloghi in lingua.

Le carenze informative e di servizi individuate sono ancor più rilevanti a livello di distretto industriale, al fine di introdurne una diffusione sistematica; in questi ambiti è opportuna la costituzione, da parte del distretto, di un effettivo "sistema informativo comune", con un campo di informazione delimitato ed approfondito.

Le imprese di maggiori dimensioni, d’altro canto, sono generalmente ispirate da strategie consapevoli, operano con livelli adeguati di managerialità e sono dotate di strutture organizzative finalizzate all’internazionalizzazione. Nel loro caso i vincoli sono legati piuttosto alla disponibilità di risorse umane e finanziarie.

 

La tabella alla pagina seguente riassume le proposte del rapporto sui potenziali interventi a sostegno della internazionalizzazione delle imprese marchigiane.

 

5.2.3 Gli strumenti di supporto alla internazionalizzazione delle imprese marchigiane: il ruolo della Regione Marche

 

La condizione indispensabile di efficacia ed efficienza degli strumenti di supporto ai processi di internazionalizzazione delle imprese marchigiane è costituita dal raggiungimento di una soglia minima di attività, sufficiente a ridurre l’incidenza dei costi fissi di struttura e soprattutto dei costi di sollecitazione della domanda potenziale da parte delle imprese.

Questa soglia minima può essere ulteriormente innalzata per i servizi più facilmente trasportabili, in presenza del grande sviluppo delle tecnologie delle telecomunicazioni.

Nella maggior parte dei casi continua il ruolo trainante delle strutture (sia profit che no profit) già operanti a livello nazionale: ICE, UnionCamere, Mediocredito Centrale, Simest e Sace.

E’ invece opportuno che le imprese interessate alla internazionalizzazione attivino rapporti agili ed efficaci con questi "grandi produttori nazionali" di servizi. All’operatore pubblico va demandata un’azione di supporto e di stimolo.

In quest’ambito, peraltro, la Regione Marche sta realizzando da tempo un ventaglio di interventi sia come offerta di servizi reali, sia come contributi in conto capitale.

 

  • L’articolo 20 delle legge 33/97 concede contributi pari al 50% delle spese ammesse nell’ambito del programma di promozione commerciale ed economica per il 1998. Le risorse per l’anno in corso ammontano a 500 milioni di lire, lo stesso livello previsto per il 1997. Alle iniziative possono partecipare imprese artigiane, società consortili e consorzi alle esportazioni, con priorità alle imprese dell’artigianato artistico, tradizionale e tipico. Vengono in particolare favoriti i servizi alla promozione, compreso l’utilizzo di Internet, e le iniziative di promozione e di sostegno alle imprese.

 

  • Nel dicembre 1997 è stata stipulata una convenzione fra la Regione Marche e il Ministero per il Commercio con l’Estero, che prevede il finanziamento al 50% di un programma di internazionalizzazione rivolto alle imprese delle Marche. Le risorse impegnate sono pari a 700 milioni di lire da parte della Regione Marche.

 

  • I consorzi COSMOB e SCAM erano originariamente nati come consorzi per l’esportazione rispettivamente per il mobile e le calzature. Sebbene in seguito la loro azione si sia allargata ed estesa ad altri servizi, la loro azione nella promozione internazionale resta uno dei compiti istituzionali.

 

In aggiunta a questi strumenti, è stato recentemente costituito un Coordinamento unificato delle attività commerciali con l’estero, comprendente le aree produttive dell’industria e dell’artigianato, l’agricoltura ed il turismo, i beni culturali. Tale struttura consentirà un intervento integrato e sistematico di diffusione e valorizzazione delle risorse che la Regione può offrire agli operatori ed ai consumatori stranieri.

 

Va inoltre sottolineato che la ipotizzata Società di Sviluppo Marche (SVIM), nel più ampio obiettivo di ridefinire i compiti della Regione nella promozione dello sviluppo economico, si propone di "perseguire (...) l’innovazione e l’integrazione, anche sui mercati esteri, del tessuto produttivo regionale" e di "sostenere in modo specifico (...) il processo di internazionalizzazione del sistema produttivo marchigiano, sia promuovendo le esportazioni e gli insediamenti esteri delle imprese operanti nel territorio regionale, sia favorendo la localizzazione nelle Marche di nuove iniziative economiche da parte di investitori stranieri" (art. 4 della allegata bozza di legge).

 

Le proposte di intervento a favore della internazionalizzazione delle imprese delle Marche possono concernere:

  • la costituzione di un’agenzia di promozione e supporto alle operazioni di investimenti diretti all’estero sia in entrata che in uscita, in analogia a quanto già avviato in altre regioni europee o italiane;
  • il supporto al servizio di check up di impresa sul potenziale di "prima internazionalizzazione", destinato alle imprese minori che non hanno avviato operazioni sistematiche di penetrazione dei mercati esteri;
  • una banca dati telematica per l’offerta, in specifici mercati esteri, di know-how da parte di imprese ? subfornitrici marchigiane;
  • una conferenza annuale sui servizi di sostegno alla internazionalizzazione, sia profit che no profit, disponibili per le imprese operanti nella regione.

 

 

5.3 L’innovazione tecnologica e le piccole imprese delle Marche

Lo scandaglio della ricerca regionale in corso (cofinanziata con le risorse del programma comunitario RITTS) sulla domanda e offerta di innovazione tecnologica ha precisato le conoscenze correnti e ha prodotto importanti indicazioni operative.

Il rapporto di analisi sulle imprese ha evidenziato la presenza di un sistema di aziende vitali e dinamiche con forti relazioni con il mercato (clienti, concorrenti e fornitori di tecnologie), che esprime una domanda di servizi differenziata e in continua evoluzione, ma è dotato di capacità finanziarie limitate e scarsi collegamenti con il sistema pubblico e pubblico-privato di offerta di servizi di supporto alla ricerca e all’innovazione.

Nel corso degli ultimi anni la Regione Marche si è mostrata molto sensibile alle esigenze di introduzione di innovazione delle piccole e medie imprese sempre più coinvolte nel processo di globalizzazione dei mercati; la Regione pertanto si è attivata non solo attraverso la partecipazione diretta alle spese dei Centri Servizi esistenti, ma contribuisce, in maniera sempre più consistente, agli investimenti direttamente attivati dal tessuto produttivo regionale. Tra i principali strumenti già operativi si possono ricordare i seguenti:

  • le tre azioni del Programma di Iniziativa Comunitaria (PIC) Retex (con il contributo di Stato e Comunità Europea)
  • la legge regionale 26/1992 modificata dalla legge regionale 66/1997 "Interventi per lo sviluppo della qualità nelle piccole e medie imprese";
  • l’obiettivo comunitario 5b con particolare riferimento alle misure 2.1.2 "Aiuti agli investimenti delle imprese artigiane" e 2.1.7 A "Animazione e promozione di servizi avanzati" e l’obiettivo comunitario 2 con particolare riferimento alle azioni 1.2 "Aiuti agli investimenti delle imprese artigiane" e 1.7 "Animazione economica" (sempre a partecipazione congiunta di Stato ed U.E.);
  • la legge nazionale 488/1992, gestita a livello nazionale pur nell’ambito della misura 2.1.1 dell’obiettivo 5b e dell’azione 1.1 dell’obiettivo 2;
  • l’articolo 17 "Sostegno agli investimenti innovativi" della legge regionale 33/1997" che con riferimento al 1997 sta distribuendo risorse pari ad oltre 4 miliardi.

L’offerta di servizi pubblici e pubblici-privati, pur se si mostra articolata e di elevato livello qualitativo, si dipana in maniera frammentata, portando anche a duplicazioni di attività e a conseguenti carenze nel soddisfare alcune delle esigenze manifestate dalle imprese.

In questo contesto appare necessario individuare i meccanismi in grado di rafforzare i rapporti tra domanda ed offerta e, quindi identificare una precisa divisione del lavoro tra i centri esistenti. In tal senso emerge l’esigenza di un continuo monitoraggio dei bisogni delle imprese in maniera tale da cogliere anche le esigenze espresse e latenti di una domanda in continua evoluzione. A questo proposito risulta molto importante il risultato dell’attività svolta dal Centro PROMOTECH di Nancy (Francia), consulente francese insieme al Circa Group di Dublino del programma RITTS, in direzione del potenziamento scientifico e tecnologico.

In questo senso l’originalità del modulo operativo proposto si situa nelle modalità di approccio al problema che viene affrontato sia dal lato delle imprese che da quello delle fonti di servizi innovativi: in questo modo la gestione delicata del punto di incontro tra domanda ed offerta risulta semplificata. Il metodo utilizzato è quello dell’effettuazione di censimenti periodici sullo stato e l’evoluzione dei progetti innovativi realizzati dai Centri Servizi e per esprimere una valutazione circa la loro fattibilità tecnica, e stabilire l’opportunità di proseguire o meno in tale direzione. Parallelamente si svolgono incontri con la realtà imprenditoriale al duplice scopo di determinare le esigenze di innovazione delle imprese e di informare le stesse circa le opportunità offerte dai Centri Servizi esistenti.

Il sistema di informazioni che viene in questo modo a formarsi viene confrontato con le analisi relative alle opportunità e alle esigenze del mercato in maniera tale da ottimizzare le scelte strategiche di sviluppo tecnologico e innovazione.

Vale la pena, anche per le considerazioni svolte in precedenza, verificare se non sia possibile l’adozione di questo modello da parte del Parco Scientifico Tecnologico-Tecnomarche. Ciò darebbe continuità di rapporto da un lato con i Centri di ricerca, dall’altro con l’utenza PMI.

 

 

 

  1. I distretti industriali
  2. La Regione Marche, mediante la collaborazione congiunta del servizio Industria e Artigianato, dell'Osservatorio regionale sul mercato del lavoro e del servizio Informativo-Statistico, ha già provveduto all'individuazione dei Distretti industriali, con deliberazione dei Consiglio Regionale n.255, del 7 marzo 1995 così come stabilito dall'art.36 della L.317/91 "Interventi per l'innovazione e lo sviluppo di piccole imprese".

    Il percorso seguito per la delimitazione dei distretti industriali fa riferimento alla metodologia ed ai criteri previsti nel sopracitato art. 36, ed indicati nel decreto ministeriale del 21 aprile 1993 (cosiddetto decreto Guarino). I dati che sono stati utilizzati si riferivano al Censimento della Popolazione e dell'Industria e dei Commercio 1981. (Per valutare i nuovi ambiti territoriali derivanti dall’aggiornamento economico e statistico in base ai dati del censimento 1991 e per il confronto dettagliato fra la vecchia delimitazione e la nuova proposta, vedi l’allegato 1).

     

    Sul piano della politica industriale, sembra ormai opportuno - anche a seguito di reiterate critiche da parte di numerose regioni e della Unioncamere e degli indirizzi contenuti nell’art.19 del DGLS attuativo della L.59/97 - assegnare al più presto maggior potere alle Regioni per l’individuazione dei criteri di delimitazione. Sul piano scientifico i criteri individuati nel DM 1993 sono discutibili per il metodo adottato e appaiono anche il risultato di un approccio alla materia poco aggiornato.

    Occorre avere riguardo che i criteri di individuazione non solo abbiano contenuto quantitativo, ma forniscano anche un’informazione qualitativa sui distretti; ad esempio, sarebbe opportuno conoscere i rapporti nei distretti tra imprese e centri servizi, università, R&S, Parco Scientifico-Tecnologico, ecc.; e sarebbe auspicabile anche l’introduzione di criteri di profilo comunitario (istruzione, ambiente) per evitare che il lavoro di delimitazione riduca il distretto alla sola business community.

    In una prima fase di start up, i compiti regionali di indirizzo, coordinamento e di verifica delle politiche attuate dai distretti, riguardano più realisticamente la gestione di eventuali risorse destinati dalla legge Bersani per progetti riguardanti i servizi nei distretti industriali marchigiani. Nel percorso proposto nella figura 1 come start up delle politiche distrettuali, l’Assessorato competente dovrà avvalersi della collaborazione delle strutture di servizi reali e di quelle finanziarie, non solo per favorire l’enucleazione delle strategie distrettuali, ma anche per assistere concretamente la progettualità distrettuale. Sembra anche indispensabile, nella consultazione che è già stata avviata, mettere a fuoco il concetto organizzativo di distretto, da cui conseguentemente ricavarne una sua struttura organizzativa. Si ribadisce che la Giunta regionale ha un concetto di distretto inteso non come forma istituzionale politico-amministrativa (un nuovo ente burocratico), bensì come forma di coordinamento e di programmazione tra gli interessi funzionali e comunitari locali. Questo approccio appare tra l’altro conforme a quanto previsto con l’istituto già ricordato- il contratto di programma - in materia di distretti industriali. Il criterio della rappresentanza rischia però di rendere un eventuale comitato di distretto un organismo pletorico, come accade nel caso lombardo con oltre trenta componenti. Al comitato di distretto deve essere chiesta anche una competenza funzionale e una snellezza operativa: il ché suggerisce un comitato rappresentativo, ma "corto", magari assistito da un nucleo di esperti in programmazione, valutazione e controllo di gestione. Questo nucleo appare già importante nella fase di start up in cui la programmazione e la progettazione divengono l’epicentro della promozione dei distretti. Tra la vasta platea degli attori del distretto va data una giusta luce anche a singoli imprenditori, soprattutto quando rappresentano imprese leader in un distretto e, come il distretto, sono quindi eleggibili al contratto di programma. I principali attori del distretto, sul piano gestionale, secondo la legge 317/91, sono i Consorzi tra imprese e i centri servizi collocati nei distretti industriali. Attori di rilievo del distretto sono le rappresentanze di imprenditori e artigiani, le Camere di commercio, le organizzazioni sindacali, consorzi di imprese e centri servizi, università, organizzazioni volontarie e della cooperazione sociale, associazioni ambientaliste; e poi naturalmente la componente delle autorità provinciali e locali.

    Il chiarimento sugli aspetti strategici della politica distrettuale durante la fase di consultazione dovrà quindi anche includere una riflessione sulla creazione di un’organizzazione distrettuale. L’obiettivo di tale organizzazione è favorire il raggiungimento di determinati scopi economici e sociali distrettuali con efficacia ed efficienza e quindi razionalizzando e stabilendo rilevanze degli obiettivi attraverso il metodo della programmazione. Quest’ultima dovrà "mirare" la propria azione alle potenziali fonti normative delle risorse e dovrà esprimere al termine del percorso di start up delle politiche distrettuali una puntuale programmazione finanziaria degli interventi (conclusione del percorso di start up). Poiché non solo l’organizzazione, ma anche la programmazione delle politiche distrettuali bussa alla porta, sarebbe opportuno utilizzare la consultazione nei distretti anche come censimento della progettualità locale già in corso o di quella attivabile a breve-

    Figura 1 : Start-up delle politiche distrettuali

    medio termine. A tale livello la chiamata di progettualità va rivolta anche alle università, ai centri servizi, al Parco ST. Ma andrebbero esaminati anche progetti rivolti a centri integrati di servizi per il lavoro. E’ anche opportuno ricordare che i Contratti di programma che verranno sottoscritti devono necessariamente trovare posto prima nell’Intesa e poi nell’Accordo Quadro di Programma tra Regione e Governo centrale, sotto il capitolo della programmazione negoziata (di cui l’altro istituto proponibile nelle Marche è il Patto territoriale).

    Un preciso panorama delle strategie e degli interventi prioritari in ciascun distretto e un censimento del patrimonio progettuale sembrano i due primi nodi generali da sciogliere in sede di consultazione, al fine di creare una cornice più precisa e aderente alla normativa per i Contratti di programma tra Regione e distretti, passaggio decisivo per creare a questi ultimi l’opportunità di accedere alle diverse fonti di risorse.

    Una prima occasione di sperimentazione , indicata nell’Accordo di programma – quadro per il terremoto all’interno dell’Intesa istituzionale Stato-Regione, riguarda il distretto industriale fabrianese.

     

  3. Le deleghe alle province e ai comuni

 

I criteri che devono presiedere al trasferimento dei poteri agli Enti Locali anche in materia di artigianato e industria sono improntati ad una duplice finalità:

  • da un lato il trasferimento non deve significare il congelamento delle attribuzioni pubbliche, nel senso che il lavoro di ricognizione delle funzioni amministrative, primo passo per procedere alla selezione dei compiti da decentrare, è anche una grande occasione per tagliare "le funzioni e i procedimenti che non siano strettamente necessari. La somma delle funzioni trasferite e di quelle delegate non sarà dunque pari al 100% delle funzioni attualmente svolte dall’amministrazione regionale: la sussidiarietà verticale si deve accompagnare perciò alla sussidiarietà orizzontale;
  • dall’altro al trasferimento delle funzioni agli Enti Locali deve corrispondere un’opera di sistematica semplificazione dei meccanismi procedurali, con riduzione drastica degli adempimenti infraprocedurali e sostituzione di intese, nullaosta e concerti con le conferenze di servizi.

In stretta relazione a quanto già esposto al paragrafo 2 occorre rilevare che oltre alla costituzione degli sportelli unici per le imprese ex decreto legislativo di attuazione della L.59/97 va aggiunta la necessità di realizzare con modifica della L.33/97, l’assegnazione di una delega diretta alle Province in materia di aree produttive di insediamento per le piccole e medie imprese, i piani comunali per l’artigianato artistico e tradizionale e dei servizi.

Tale trasferimento di potere agli Enti Locali va accompagnato dal trasferimento al "privato di una serie di adempimenti e di procedure (c.d. "esternalizzazione"). Si tratta di togliere agli apparati pubblici tutti quegli adempimenti e quelle strutture che non devono essere necessariamente pubblici ma che, se affidati ai privati, aumentano efficienza ed efficacia nel soddisfacimento dell’interesse pubblico. Per esempio alcune attività istruttorie nel procedimento di erogazione di contributi possono essere affidate agli istituti bancari o alle società finanziarie (Artigiancassa, Cooperative Artigiane di Garanzia, ecc.), come pure autocertificazioni relative a opere o prodotti, attestazioni di legittimità dell’iniziativa del privato.

 

5.5 Il Piano Regionale per l'Artigianato.

 

Il Piano si articolerà secondo i seguenti punti:

 

  1. Analisi della dinamica evolutiva del comparto
  2. In questa sezione dovranno essere analizzate, sulla base dei dati reperibili dagli archivi privinciali e da fonti ufficiali, alcune variabili in grado di fornire indicazioni sull'andamento del comparto in anni recenti (occupazione, nati-mortalità delle imprese, investimenti realizzati e valore aggiunto prodotto).

    L'analisi dovrà riferirsi sia all'intero aggregato regionale che ai principali settori di specializzazione: artigianato edile, artigianato artistico, artigianato di produzione, artigianato di servizi.

  3. Ricostruzione della spesa storica regionale a sostegno dell'Artigianato
  4. L'obiettivo, in questo caso, è quello di quantificare le risorse complessivamente erogate dalla Regione a sostegno dell'Artigianato, tenendo conto delle diverse normative di riferimento nonché della tipologia di interventi finanziati e dei risultati da questi prodotto (soprattutto in termini di numero e localizzazione delle imprese beneficiarie).

  5. Artigianato e territorio
  6. E' importante costruire una mappa regionale che consenta di individuare le aree in cui è più forte la concentrazione di imprese artigiane e l'eventuale presenza di specializzazioni produttive. Specularmente, andrà ricostruita, anche tramite contatti diretti con le diverse Amministrazioni comunali, la mappa delle aree per insediamenti produttivi realizzate, il numero di imprese in esse localizzate, il numero di lotti eventualmente ancora disponibili. L'incrocio delle informazioni desumibili dalle due mappe fornirà indicazioni utili per l'individuazione delle aree in cui è necessario realizzare ulteriori investimenti infrastrutturali.

  7. Artigianato e credito
  8. Saranno analizzati i problemi che le imprese artigiane incontrano nella gestione finanziaria della propria attività e l'attuale disponibilità di credito agevolato.

    L'obiettivo è quello di individuare l'eventuale necessità di ulteriori interventi finalizzati ad abbattere il costo del credito per le imprese artigiane e/o ad incrementare la disponibilità di servizi di intermediazione finanziaria.

  9. Artigianato e innovazione
  10. Saranno analizzati si a i vincoli all'innovazione che le imprese artigiane presentano che gli interventi a sostegno dell'innovazione finora programmati a livello regionale (compresi quelli inseriti nei vari Doc.U.P.). La finalità perseguita è quella di verificare la congruenza della tipologia di interventi programmati e delle risorse ad essi destinate con le esigenze espresse dalle imprese artigiane in modo tale da rilevare l'eventuale due necessità di interventi ulteriori e/o più mirati.

  11. Artigianato e promozione e commercializzazione
  12. Sarà adottata una procedura analoga a quella indicata nei precedenti punti 4 e 5, ponendo particolare attenzione alla ricostruzione degli interventi regionali (fiere , azioni promozionali, ecc.) finalizzati a promuovere l'attività di promozione e commercializzazione delle imprese artigiane.

  13. Artigianato e qualificazione della forza lavoro
  14. L'obiettivo perseguito in questa sezione del piano sarà quello di individuare l'eventuale presenza di scostamenti tra la domanda di profili professionali espressi dal comparto artigiano e l'offerta formativa regionale. La domanda di profili professionali sarà analizzata tramite interviste a testimoni privilegiati (associazioni di categoria) e sulla base delle conoscenze maturate, al riguardo all'interno dell'Amministrazione regionale.

  15. Normative vigenti
  16. In questa sezione sarà ricostruito un quadro complessivo delle normative attualmente vigenti a sostegno dell'Artigianato per variabili obiettivo (occupazione, innovazione, credito, promozione e commercializzazione, sviluppo della base produttiva, ecc.).

  17. Obiettivi e priorità da perseguire
  18. L'analisi comparata di quanto riportato nel capitolo 8 (normative vigenti) e nei precedenti capitoli 3-7 fornirà indicazioni in merito alla eventuale necessità di integrare/modificare gli interventi già programmati a sostegno del settore al fine di rendere maggiormente efficace l'intervento regionale volto a promuovere lo sviluppo e il consolidamento dell'artigianato locale.

  19. Criteri e modalità

Per ciascuna delle variabili obiettivo cui si rivolgono gli interventi attualmente in essere (o si rivolgeranno gli eventuali ulteriori da programmare) saranno fornite indicazioni relative alle informazioni minime che dovranno essere contenute nelle domande di finanziamento affichè queste possano essere valutate con procedure valutative trasparenti, efficaci ed obiettive,. Per ciascuna variabile obiettivo (credito innovazione, ecc.) saranno anche forniti i criteri e le modalità di valutazione da adottare per la selezione delle domande da ammettere a finanziamento.

 

6. Le azioni complementari agli interventi di politica industriale

 

Gli interventi di sostegno alle strutture produttive, per acquisire sufficiente efficacia, vanno accompagnati dalla predisposizione di altre misure collaterali secondo un disegno organico che consenta di orientare in modo coordinato la molteplicità degli strumenti di politica economica e sociale utilizzabili sia dalla Regione sia dal sistema delle autonomie locali.

 

Tra le altre azioni che la Regione sta definendo in modo complementare agli altri interventi di politica industriale quelli per la qualificazione della forza-lavoro rivestono un ruolo decisivo, in quanto dallo sviluppo delle risorse umane dipende l’efficienza complessiva dei sistemi economici e il loro grado di competitività verso l’estero.

In particolare la Regione è pienamente consapevole che la qualificazione del proprio sistema formativo, inteso come l’ambito più idoneo a cogliere i fenomeni complessi che intervengono nel mercato del lavoro, costituisce condizione pregiudiziale per consolidare i punti di forza della struttura economica regionale e per favorire l’intensificazione dei processi di innovazione.

Occorre richiamare qui un paradosso sempre più forte della situazione marchigiana, costituito dall’insufficiente sviluppo della domanda di forza lavoro scolarizzata, anche se le Marche, secondo valutazioni del Censis, sono la seconda regione in Italia per rating d’istruzione: si aggiunga, ad ulteriore illustrazione della complessità del mercato del lavoro regionale e degli interventi necessari, che la domanda di forza-lavoro non qualificata risulta sempre più spesso inevasa in alcune aree produttive distrettuali a sviluppo più intenso.

Le politiche finalizzate alla qualificazione delle risorse umane e all’incontro tra domanda e offerta di lavoro perseguono più specificamente i seguenti obiettivi:

  • riorganizzazione dele strutture regionali preposte al governo del mercato del lavoro, in particolare istituzione dei servizi per l’impiego in attuazione del decreto legislativo n.469 del 23/12/97; a questo scopo verrà quanto prima ufficializzata la proposta di legge regionale "Norme in materia di collocamento, di servizi per l’impiego e di politiche del lavoro";
  • riforma del sistema regionale di formazione regionale per quanto riguarda sia gli aspetti strutturali (creazione di una rete integrata di servizi per l’orientamento, riassetto delle scuole professionali regionali) sia quelli procedurali e gli indirizzi formativi (priorità assoluta alla formazione di secondo livello e alla formazione continua);
  • adozione di pacchetti di convenienze - rivolte ad indirizzare in alcune aree delle Marche flussi migratori da altre Regioni o da altri Paesi - che intreccino le politiche per l’impiego, le attività di formazione e le politiche sociali (offerta di servizi come asili nido, trasporti, messa a disposizione di abitazioni, ecc.).

 

Anche gli interventi di natura infrastrutturale (rete ferroviaria, stradale, portuale ed aeroportuale) rivestono, più che mai nelle Marche, carattere strategico per la competitività dei sistemi locali di PMI.

L’inferiorità del sistema logistico marchigiano , di cui i trasporti rappresentano solo un segmento, deriva soprattutto dal carattere diffuso e spontaneo che storicamente ha assunto lo sviluppo delle attività produttive e può essere affrontato :

  • specializzando alcune aree in zone di insediamento privilegiato per servizi e infrastrutture; la scelta di istituire l’interporto di Monsano risponde all’esigenza di concentrare strutture e servizi logistici in alcune aree strategiche per la loro posizione baricentrica rispetto ai flussi distributivi e di approvvigionamento;
  • realizzando direttrici stradali di collegamento veloce con Umbria e Toscana;
  • privilegiando, nelle infrastrutture di comunicazione, le nuove tecnologie dell’informazione;
  • riconvertire il trasporto locale da un sistema oggi unicamente a gomma ad un complesso combinato;
  • ammodernamento e potenziamento dell’aeroporto di Falconara;
  • sviluppo del sistema portuale e del cabotaggio.

 

ALLEGATO 1

Individuazione Distretti Industriali : aggiornamento e verifica

L'applicazione dei criteri previsti nel Decreto del 21 aprile 1993 (cosiddetto decreto Guarino) hanno consentito l'individuazione di 9 distretti industriali caratterizzati dalla presenza di diverse specializzazioni produttive: 2 distretti dei mobile e dei legno; 3 distretti dei tessile abbigliamento; 1 distretto della metalmeccanica; 1 distretto degli strumenti musicali e giocattoli e 2 distretti delle pelli cuoio e calzature (in allegato 1 sono leggibili le tabelle relative alla composizione dei distretti individuati nel 1981 comparata con quella emersa dalle elaborazioni effettuate con i dati censuari del 1991).

 

Gli obiettivi connessi alla verifica ed aggiornamento dei distretti industriali rispondono a due diverse esigenze: da un lato favorire una migliore attuazione della L.317/91 e della L.266/97 che la rifinanzia; dall'altro avviare una riflessione sul cambiamento economico e sociale della regione realizzatosi a cavallo dei due Censimenti.

 

A tale proposito è stato costituito un gruppo di lavoro diretto dal Prof. Carlo Carboni, coordinatore della redazione del P.R.S, e composto da funzionari del servizio Industria e Artigianato, del servizio Lavoro e Formazione Professionale, dell'Osservatorio regionale sul mercato del lavoro e dal servizio Sistema Informativo Statistico.

Il percorso metodologico seguito è stato sostanzialmente simile a quello precedente poiché le indicazioni normative nazionali dettate dal c.d. decreto Guarino sono rimaste immutate, nonostante il vivace dibattito scientifico e l’individuazione di consistenti limiti applicativi, avanzata sul piano istituzionale da molte regioni e dall’Unione nazionale delle Camere di Commercio.

 

L'utilizzo dei dati censuari 1991 ha tuttavia comportato alcune modifiche fin dalla prima fase di lavoro: i sistemi locali dei lavoro che rappresentano l'unità territoriale di base all'interno della quale viene verificata l'ammissibilità dei criteri previsti nel decreto, risultano cambiati rispetto a quelli individuati con ì dati dei Censimento 1981.

 

I "nuovi" sistemi locali del 1991 sono meno numerosi dei" vecchi" sistemi locali del 1981: nel complesso si passa da 955 a 784 a livello nazionale, mentre nella regione i 54 sistemi locali del 1981 si riducono a 42 nel 1991: ovviamente questa contrazione ha ridisegnato la fisionomia degli stessi sistemi locali .

 

La metodologia adottata, attraverso l'applicazione dei cinque criteri previsti dal decreto Guarino, consente di individuare aree territoriali (partendo dai sistemi locali) caratterizzate da una forte specializzazione produttiva e da una elevata concentrazione di piccole imprese nell'ambito della specializzazione produttiva.

 

Per la definizione della specializzazione produttiva si è fatto riferimento alla classificazione ISTAT delle attività economiche utilizzata nei Censimenti 1991, modificata rispetto a quella utilizzata nel corso della prima delimitazione sui dati 1981.

 

Il primo criterio, l'indice di industrializzazione manifatturiera, consente di valutare il peso dell'industria manifatturiera sul totale delle attività produttive: il rapporto tra l'indicatore calcolato relativamente al sistema locale e quello a livello nazionale deve superare la soglia dei 30%.

 

Questo criterio seleziona 25 dei "vecchi" 42 sistemi locali della regione; vengono esclusi, con l'applicazione dei primo criterio, quei sistemi locali all'interno dei quali sono presenti i comuni con una forte occupazione o nel settore terziario o in agricoltura o con una distribuzione equilibrata delle varie attività produttive. Tra i sistemi locali esclusi ritroviamo infatti i comuni capoluoghi ed i grossi centri urbani.

 

Il secondo criterio che viene calcolato sui 25 sistemi locali rimanenti, misura la concentrazione delle unità locali in relazione alla popolazione residente; il rapporto tra l'indicatore calcolato sul sistema locale e quello a livello nazionale deve essere maggiore di 1.

 

Il terzo criterio entra nel merito della specializzazione manifatturiera e mantiene il confronto con il livello nazionale: la quota percentuale degli addetti nelle diverse specializzazioni manifatturiere prese singolarmente e rapportata al totale degli addetti nel manifatturiero deve essere maggiore del 30%.

 

Il quarto criterio differisce dal terzo in quanto non prevede il confronto a livello nazionale: la quota degli addetti nella specializzazione (x) dei sistema locale (y) per 100 deve superare il 30%. Viene rafforzata la verifica sulla specializzazione produttiva già effettuata con il terzo criterio; infatti poteva accadere che nell'ambito dello stesso sistema locale fossero presenti più specializzazioni produttive. Con il quarto criterio una specializzazione risulta prevalente.

 

Il quinto criterio riguarda la verifica della dimensione dell'impresa. L'indicatore si riferisce al rapporto tra gli addetti nella specializzazione produttiva in unità locali con meno di 250 addetti e il totale degli addetti in tutte le imprese operanti nell'attività di specializzazione: il valore di questo indicatore deve essere superiore al 50%.

Per questo criterio è stata modificata la soglia dimensionale che definiva la PMI e che è passata da 200 a 250 addetti per effetto della Comunicazione Comunitaria n.96/C 213/04 del 27/7/96.

 

Complessivamente 23 sistemi locali rispettano i cinque criteri. Le diverse specializzazioni produttive e la contiguità tra alcuni sistemi locali caratterizzano i seguenti 11 distretti: 3 distretti del legno-mobile, 4 distretti dei tessile-abbigliamento,1 distretto della metalmeccanica, 2 distretti delle pelli cuoio calzature, 1 distretto della gomma-plastica, giocattoli ed elettronica (per l'individuazione di questo distretto si è provveduto all'accorpamento di diverse specializzazioni produttive :DH Fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, DL Fabbricazione di macchine elettroniche ed apparecchiatura elettriche ed ottiche e DN Altre industrie manifatturiere-giocattoli strumenti musicali. Questa operazione è stata realizzata facendo specifico riferimento al decreto Guarino laddove prevede, comma 2 punto c) che: "L'attività manifatturiera posta a riferimento deve essere riferita alla classificazione delle attività economiche dell'ISTAT e corrispondere alla realtà produttiva della zona considerata nelle sue interdipendenze settoriali."

 

A seguito di questa prima fase di elaborazione si è effettuato un confronto con i risultati della prima delimitazione : alcune delle differenze che si evidenziano sono riconducibili alla diversa delimitazione dei sistemi locali e comunque il risultato generale sottolinea la presenza di un numero maggiore di comuni interessati dalla "distrettualizzazione 1991" , che non sempre tuttavia corrispondono a quelli relativi alla individuazione del 1981.

 

Le elaborazioni, visibili nel dettaglio nelle tabelle allegate, segnalano una crescita di 27 comuni (da 78 a 105), una estensione territoriale pari a 3636 Km2 ed una popolazione di 487.651 abitanti (vedi cartina I ipotesi).

 

La seconda fase di lavoro è stata dedicata ad un duplice tentativo:

  • di recupero di quei comuni presenti nelle aree distretto 1981 che non sono più compresi in quelle risultanti dall’impiego dei dati del 1991;
  • di accorpamento di quei sistemi locali individuati come distretti Industriali che risultano contigui e che possiedono la medesima specializzazione produttiva.

 

Il decreto prevede infatti la possibilità di accorpare ai distretti così individuati alcuni comuni contigui che superino sia i 5 criteri previsti dal decreto che quello dell'autocontenimento.

 

Sulla base di queste considerazioni è stata effettuata una ipotesi estensiva della prima elaborazione i cui risultati determinano una riduzione del numero dei distretti del settore tessile e abbigliamento, che passa da quattro a tre

 

Anche i risultati della seconda elaborazione evidenziano come la regione Marche, nonostante il ridimensionamento dell'industria manifatturiera nel corso degli anni '80, risulti fortemente caratterizzata dalla presenza dei distretti anche rispetto alla delimitazione dei distretti effettuata sulla base dei dati 1981 : 10 distretti con il 50% di superficie territoriale interessata ed una popolazione residente pari al 50,89 % del totale regionale (dati censuari 1991).

ALLEGATO 2

 

Accenni metodologici

 

La ricerca si poneva lo scopo di esaminare i seguenti aspetti:

  • i processi di internazionalizzazione, nelle varie forme che possono assumere;
  • l’eventuale esistenza e la reale portata di significative diseguaglianze nello sviluppo raggiunto e in quello potenziale del processo di internazionalizzazione delle imprese localizzate nelle aree obiettivo (2 e 5b) rispetto al resto della regione;
  • il rapporto tra le iniziative di internazionalizzazione e le più complessive dinamiche delle imprese e dei settori coinvolti.

 

Gli obiettivi di approfondimento della ricerca hanno richiesto l’individuazione di un gruppo di imprese rappresentativo della realtà produttiva regionale e disaggregato a livello locale. A questo scopo è stato utilizzato l’archivio della società Dun & Bradstreet sulle imprese marchigiane, ulteriormente arricchito da questionari su un campione mirato, individuato in base a criteri di significatività. La scelta del campione è stata guidata dall’obiettivo di raccogliere le informazioni relative, da un lato, alle imprese per certi versi all’avanguardia nel processo di internazionalizzazione, dall’altro, seppure in minor misura, da imprese non impegnate sui mercati esteri, per appurarne le motivazioni.

Le caratteristiche dell’indagine hanno quindi consentito un notevole approfondimento dei temi oggetto della ricerca; ovviamente i risultati raggiunti non necessariamente possono ritenersi estensibili a tutto il sistema.

 

 

 

I processi di internazionalizzazione e le politiche commerciali seguite dalle imprese marchigiane

 

A livello di aree geografiche di espansione commerciale, l’Unione Europea è il mercato estero più consolidato e importante per tutte le imprese considerate, con particolare riferimento a Francia e Germania. In genere, soltanto in seguito all’affermazione sui mercati europei viene avviata la penetrazione su quelli extra-europei, i quali, pur offrendo elevate potenzialità, presentano spesso difficoltà di ordine normativo, culturale e logistico.

I Paesi dell’Europa centrale ed orientale sono considerati mercati in piena espansione, ma le differenze di normativa e di certificazione o l’accesso difficoltoso alle informazioni sugli operatori sono ritenuti ostacoli rilevanti per l’ingresso.

Il mercato americano è generalmente ritenuto interessante dalle imprese di grande dimensione, che vi hanno spesso stabilito una rete commerciale ben consolidata.

Le zone di più recente esplorazione commerciale sono quelle dell’estremo oriente (Cina ed India), dove però soltanto le imprese di punta si sono già insediate.

 

I canali commerciali e di approccio al mercato utilizzati da parte delle imprese esaminate sono nella maggioranza dei casi di tipo interno, quali partecipazione diretta a mostre o fiere, visite a operatori esteri, ricerche autonome sul Paese. Più raramente le imprese si rivolgono a enti o intermediari esterni (ICE e camere di commercio estere), anche se il ricorso a que